Art e Dossier è una rivista che si occupa d’arte, a trecentosessanta gradi, quindi senza limite di tempo né di spazio. Ma si occupa ovviamente con maggiore attenzione dell’arte italiana, e ciò per due motivi immediatamente comprensibili. Il primo evidente è che viene redatta in Italia che è fantastico serbatoio d’arte, anzi meglio ancora a Firenze che è luogo di altissima concentrazione delle arti. Il secondo è moralmente più impegnativo e consiste nel fatto che questo serbatoio d’arte italiano è fra i più significativi del mondo.

Proviene, nell’Italia unita da 150 anni, da un passato complicatissimo nella sua stratificazione, così complicato infatti da superare la dimensione psicologica dell’Italia Unita. Sulla penisola hanno lasciato tracce gloriose gli etruschi indigeni come i piceni, i fenici di passaggio come i greci, e poi gli Stati vari che hanno composto una storia differenziata talvolta e integrata in altri casi. Per giunta la penisola cattolica ha avuto la fortuna d’un patto sociale, quello della controriforma, che ha fatto sì che per circa quattro secoli, dalla conclusione del Concilio di Trento alla disgraziata guerra mondiale, i fucili siano serviti principalmente ad andare a caccia e ad unire il Paese mentre il resto d’Europa è vissuto, generazione dopo generazione, nelle nubi nere della polvere da sparo e degli incendi.

In Italia fu fatto forse di più, ma sicuramente fu distrutto ben di meno. Non vi fu ne l’iconoclastia della Riforma ne quella della Rivoluzione Francese, le quali demolirono quantità vastissime dell’eredità storica di quei paesi. L’Italia approdò al XX secolo come una cornucopia piena. Ne è uscita da questo secolo della grande trasformazione come una cesta bucata.
In cent’anni, o forse anche in meno tempo ancora, passò dall’essere molto bella e molto povera ad essere molto meno povera e purtroppo anche molto meno bella. Gli italiani hanno irresponsabilmente divorato la loro eredità per entrare in un’agiatezza spesso irresponsabile.

Ma era proprio loro questa eredità, e vanno essi accusati solo di dissennatezza? O è quest’eredità di tutta la cultura occidentale e vanno quindi accusati gli italiani di vandalismo a danno di terzi se non addirittura di furto. In che misura Pompei può essere considerata cosa italiana e non solo cosa che sta in Italia? Non usano forse i tedeschi la declinazione che hanno imparato dal latino, non sono forse il francese, lo spagnolo, il rumeno, il portoghese lingue di diretta discendenza latina? Non si studia forse più Cicerone e Tacito ad Oxford e a Tubinga di quanto non li si studino a Milano e a Roma? Pompei è di tutti loro.

Così come ci auguriamo che una comunità d’Europa di domani voglia tornare ad imparare da Adriano il senso d’una globalità latina che andava da Gerusalemme alla Cirenaica fino al vallo inglese. Può essere quindi la villa di Tivoli di pura competenza laziale? Per questo lanciamo con regolarità il grido SAVE ITALY. Lo lanciamo nel latino d’oggi che è diventato l’inglese. Lo lanciamo per ricordare agli italiani che hanno la fortuna di custodire un bene che è dell’Umanità. Questo bene può tornare loro molto utile se lo sanno gestire. L’Italia era il primo paese turistico del mondo un secolo fa, oggi è il sesto.

L’Italia non era solo un paese di turismo, era il crogiolo per la formazione culturale dell’Occidente e degli italiani stessi. A quell’Italia lì dobbiamo Marconi e Fermi, Natta e Luchino Visconti. Siamo stati invece, in modo equamente bipartisan, buggerati da tutti, ma in primo luogo dalla nostra incoscienza. Forse, o almeno lo si spera, la crisi che stiamo affrontando, e che appare sempre di più come una mutazione epocale, ci costringerà alla riflessione e all’azione. In questi giorni si sta sollevando una vasta corrente d’opinione contro il progetto infausto di porre la discarica futura della città di Roma a Corcolle, un luogo ameno dell’agro romano a settecento metri dalla villa di Adriano a Tivoli.

Abbiamo lanciato di nuovo il grido SAVE ITALY! Non siamo stati i soli: altri ben prima di noi lo avevano fatto. Ma per la prima volta si è formata una corrente d’opinione spontanea e consapevole. Il ministro dell’Ambiente Corrado Clini ha preso una posizione decisa contro la sventura, sostenendo pure che sarebbe ora per Roma di porsi degli obiettivi forti di raccolta differenziata. Un encomio al ministro! A poco serve scrivere d’arte, a poco serve esaltarne il ruolo di civiltà se non si formano le coscienze alla sua preservazione. Per questo motivo vi invitiamo tutti ad una adunata il 1 maggio a Tivoli, sotto a Corcolle, nella fattoria ancora funzionante dove si produce un ottimo pecorino (anche il pascolo è un’arte!).

Ci auguriamo che entro quella data la folle decisione sia revocata e che l’incontro possa essere una festa. Ben più ancora ci auguriamo che la presenza di italiani motivati a salvare il loro paese possa essere uno stimolo a salvare tutta l’area compromessa di Tivoli e dia un segnale di consapevolezza al resto del mondo che in Tivoli vede una delle sue radici più preziose.


Art e Dossier
Editoriale n. 288, Maggio 2012