Save Italy! di Philippe Daverio
Art e Dossier
Editoriale n. 289, Giugno 2012

 
Si è svolto con successo il raduno di Save Italy organizzato a Tivoli il 1° maggio. Il risultato politico che ci si auspicava arrivasse – la dichiarazione formale, cioè, di non inserire la discarica dei romani nelle terre tiburtine – non è ovviamente pervenuto e tutto si dibatte in quella stabile palude delle posizioni non dichiarate nella quale lentamente e inesorabilmente affoga il Belpaese.

Rimaniamo comunque soddisfatti dall’avere potuto constatare che l’appello è caduto in un terreno fertile e che sono venute adesioni e partecipazioni da tutta la nazione. Un piccolo popolo sensibile e determinato ha verificato la propria esistenza tribale.

Su questa tribù nascente contiamo moltissimo. Lo ha definito con garbo una delle artiste più squisite che l’Italia possa contare, Franca Valeri, chiamando questo nucleo in crescita «La rivoluzione degli educati». In realtà questa rivoluzione vuole essere una guerra civile. Attenzione: non c’entrano i kalashnikov! La guerra civile è un termine estremamente equivoco. Per guerra civile non intendiamo ovviamente un evento bellico all’interno della società ma un confronto forte fra fronti diversi della civiltà, o meglio ancora fra ciò che reputiamo essere civile e ciò che consideriamo incivile. Incivile è fingere che una città come Tivoli, fulcro d’un crogiolo di civiltà mondiale, possa essere condannata inesorabilmente al degrado e che il suo disordine attuale sia così irrimediabile da consentirvi, come gratificazione finale e cinica, l’insediamento della pattumiera dei romani.

Incivile è la risposta delle nostre Forze Armate che sostengono che l’allargamento della già esistente discarica di Malagrotta (soluzione proposta dal ministro dell’Ambiente) andrebbe a detrimento del loro centro studi piazzato lì vicino, come se quelle istituzioni militari di fedeli servitori dello Stato, pronte ad affrontare le trincee e i fumi delle catastrofi avessero delicatezze olfattive insuperabili. Incivile è l’ipocrisia sulla quale sembra fondarsi il patto sociale che ordina la vita comune della nostra nazione. Quell’ipocrisia che trasforma lo sceriffo di Nottingham in pia istituzione chiamando “Equitalia” l’agenzia delle riscossioni portate al parossismo dell’esosità. Di quella Equa Italia lì, quella dell’ipocrisia cinica, non ne vorremmo più. Vorremmo che contribuissero tutti alla sorte comune, e non solo i poveri meccanici di Napoli portati al suicidio dalla ferocia d’un paese che ha perso l’anima storica della sua comprensione e della sua solidarietà.

Save Italy vuol dire anche questo: ricordare chi eravamo e che cosa stiamo diventando. Ricordare che eravamo lavoratori e siamo diventati zimbelli della finanza, sia quella delle banche irresponsabili che quella dello sceriffo di Nottingham che deve alimentare quotidianamente la piovra morente d’una spesa pubblica ch’era una volta frugale e oggi è pazza. Save Italy vuol dire far presente che è meglio dare i soldi alle sovrintendenze di Parma e Bologna che stanno svitando le lampadine dei musei per risparmiare sulla bolletta della luce piuttosto che fare ogni mattina il pieno di benzina a centinaia di migliaia di auto blu che riescono a compiere il miracolo di consumare di più per chilometro d’un carro armato Leopard, visto che in Sicilia fanno talvolta solo trecento metri con un litro. Save Italy vuol dire restaurare un paesaggio che fu formidabile grazie al lavoro documentato nel Buon governo di Lorenzetti e che si fa mesto nelle periferie delle speculazioni immobiliari. Save Italy vuol dire offrire a chi studia nei conservatori l’opportunità di suonare nei teatri e a chi si laurea in Conservazione dei beni culturali un lavoro per conservarli, questi beni culturali, che sono la fortuna non solo del nostro turismo ma soprattutto della formazione d’un paese educato.

È una vera battaglia che proponiamo, quella della civiltà, quella degli educati. È una battaglia assolutamente e convintamente elitaria, e altra non potrebbe essere quella dove i consapevoli e gli educati intendono tornare a essere da guida ai disattenti e ai distratti. E se ci si riuscisse, tornerebbe emblematica la frase di Churchill a proposito dei giovani inglesi che andarono a battersi nei cieli durante il secondo conflitto mondiale: mai, nella storia, così tanti hanno dovuto così tanto a così pochi.